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domenica 22 aprile 2012
*** ALI FARZAT ***
Mi hanno spezzato le dita, non la volontà ".... C'è un uomo con il volto coperto da bende, eccetto per gli occhi pesti, e accanto a lui un brutto ceffo vestito di nero gli dipinge con un pennarello rosso un sorriso sulle fasciature. È una delle vignette del disegnatore siriano Ali Ferzat che sono state esibite a Londra pochi giorni fa in una mostra sponsorizzata da Amnesty International.
Il sessantenne Ali Ferzat, noto in tutto il mondo arabo, è stato ridotto in modo simile lo scorso agosto: picchiato da quelli che ha definito sgherri del regime, che gli hanno rotto le dita delle mani. Da Londra, prima di partire ieri pomeriggio per il Kuwait, dove si è rifugiato con la famiglia dopo l'assalto, dice che non è se stesso che ha disegnato in quella vignetta. Ferzat non ha perso, nonostante tutto, il sorriso e l'ottimismo vero. «Ho recuperato l'uso delle dita al 90 per cento», spiega attraverso un interprete. Uno dei suoi ultimi disegni mostra un fiore che, sbocciando dal suolo, solleva un carroarmato. E lui sostiene che «la vittoria del popolo è vicina», benché non spieghi come: non parla del piano di pace mediato dall'Onu, né si esprime a proposito di un intervento militare straniero caldeggiato da alcuni. Semplicemente, si dice certo che «il popolo non tornerà più indietro». In una vignetta, c'è un soldato pronto a sparare contro un prigioniero. I due sono in piedi alle estremità opposte di una tavola in bilico su una roccia: se il soldato spara, cadrà anche lui insieme al dissidente.
Il vignettista ha denunciato per decenni in un totale di 15.000 caricature la corruzione e l'ipocrisia del regime. Ma prima evitava di ritrarre persone precise. Dall'inizio delle rivolte in Siria un anno fa, represse con oltre 9000 morti secondo le stime dell'Onu, Ferzat ha iniziato a disegnare personaggi reali, incluso il presidente siriano. Una delle prime: Bashar Assad che strappa dal calendario la pagina del venerdì, perché come ogni settimana sarà giorno di proteste. Poi Bashar Assad che chiede un passaggio al leader libico Gheddafi in fuga su una jeep. Assad che flette i muscoli allo specchio, e nel riflesso (non nella realtà) sembra possente. Assad che cerca di sedersi in poltrona, ma le molle sono saltate: «Neanche la sedia lo vuole più», ha detto sorridendo ad un giornalista della Reuters alla mostra.
Quelle vignette sono state portate in piazza dai manifestanti. E Ferzat ha ricevuto telefonate di minaccia, ma non si aspettava la ferocia di quell'attacco nelle prime ore del mattino del 25 agosto. Tre uomini a volto coperto l'hanno spinto fuori dall'auto mentre tornava a casa dal suo studio, l'hanno colpito a manganellate e hanno continuato a picchiarlo dopo averlo caricato nella loro vettura, mirando anche al volto, ma in particolare alle mani. Nonostante il governo abbia negato di aver ordinato l'attacco, Ferzat ha spiegato in una recente intervista alla giornalista italo-siriana Asmae Dachan che è certo che si trattasse di mercenari del regime che l'hanno abbandonato in strada credendolo morto: la tv Addunya trasmise di lì a poco la notizia del suo assassinio, per mano di una banda armata. Il mese prima, Ibrahim al-Qashoush, che aveva composto una popolare canzone contro il regime, era stato trovato morto con le corde vocali recise.
Nell'accettare il premio «Index of Censorship», la scorsa settimana a Londra (non il suo primo riconoscimento, l'anno scorso ha ricevuto il «Sacharov»), Ferzat ha paragonato l'artista al lampionaio che accendeva i lumi nelle strade di un tempo. Il lampionaio (Al-Domari) era anche il nome del giornale satirico che Ferzat aprì a Damasco nel 2000, quando il giovane Bashar prese il posto del padre Hafez. Negli anni 90, aveva incontrato il futuro presidente, che visitò il suo studio, rise delle sue vignette, gli promise che non sarebbero state più bandite. Ma nel 2003 Al-Domari fu costretto a chiudere. Ferzat ha continuato a disegnare nel quotidiano di stato Tishreen e per altri della regione. «Il lampionaio accende una luce di amore, umanità e libertà quando i tempi sono oscuri e difficili», ha detto a Londra.
E ora che le sue dita sono guarite, vuole tornare in Siria. A quanti lo pregano di non rischiare, risponde: «Non posso stare lontano dal mio Paese».
L'ORRORE
La foto è talmente perfetta nel suo orrore da far venire il dubbio che si tratti di una messinscena. Purtroppo l’immagine ripresa dal fotografo afgano Massoud Hossaini e premiata con il Pulitzer 2012 è drammaticamente reale.
Si tratta di un attentato suicida che è costato la vita di oltre 70 persone al tempio di Abul Fazel a Kabul, il 6 dicembre 2011. La bambina che urla disperata in mezzo a corpi coperti di sangue si chiama Tarana Akbari ed ha 12 anni.
Il fotografo Massoud Hossaini è tornato a trovare la bambina qualche giorno dopo, scoprendo che nell’attentato sono morti sette dei suoi familiari. Il Premio Pulitzer è considerato come la più prestigiosa onorificenza nazionale per il giornalismo: un riconoscimento sicuramente meritato per un reportage che racconta senza filtri il durante ed il dopo di quanto vissuto dalla giovanissima Tarana Akbari.
*** EARTH DAY *** GIORNATA DELLA TERRA ***
L' Earth Day è il nome usato per indicare due diverse festività: una che si tiene annualmente ogni primavera nell’emisfero nord del pianeta, e un’altra in autunno nell’emisfero sud, dedicate entrambe all’ambiente e alla salvaguardia del pianeta Terra.
Le Nazioni Unite celebrano questa festa ogni anno nell’equinozio di primavera, ma è un’osservanza ufficializzarla il 22 aprile di ciascun anno.
La festività è riconosciuta da ben 192 nazioni e viene celebrata da quasi mezzo miliardo di persone. L'Earth Day fu celebrato a livello internazionale per la prima volta il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra.
Nato come movimento universitario, nel tempo, l’Earth Day è divenuto un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti lo utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili. ( dal blog di Patrizio Radaelli )
mercoledì 18 aprile 2012
IL RE... L'ELEFANTE...

Juan Carlos è presidente onorario del ONG WWF spagnolo che è un’associazione per la difesa e salvaguardia della natura e degli animali...un bell'esempio non c'è che dire...
Può un cacciatore di elefanti presiedere il Wwf, nota organizzazione per la conservazione della natura che si batte tra l'altro contro la caccia degli elefanti? La risposta sembra ovvia. E infatti in una lettera indirizzata ieri alla Casa reale spagnola, il segretario generale del Wwf Spagna chiede che re Juan Carlos lasci la presidenza onoraria dell'organizzazione, che detiene dal 1968. E già, perché il cacciatore in questione è proprio il 74enne monarca spagnolo, che nel fine settimana ha subìto un'operazione chirurgica d'urgenza dopo essersi rotto l'anca durante una battuta di caccia all'elefante in Botswana.
L'incidente di re Juan Carlos ha suscitato un bel vespaio di critiche, ampiamente riportate dalla stampa. Primo, sull'opportunità di una costosa battuta di caccia in Africa mentre l'economia spagnola affonda, i cittadini devono stringere la cinghia e 6 milioni di spagnoli sono disoccupati: «Un viaggio irresponsabile, realizzato nel momento più inopportuno. Risulta assai poco esemplare lo spettacolo di un monarca che caccia elefanti quando la crisi economica del paese provoca tanti problemi», scrive El Mundo (quotidiano conservatore, che domenica aveva titolato, polemico: «Lo scivolone del Re rivela che stava cacciando elefanti da quattro giorni»). Il progressista El Paìs rincara: il re dovrebbe dire con chi era in Botswana, «perché se è vero che era invitato ci piacerebbe sapere chi è stato così generoso»; inoltre bisogna chiarire «se il governo sapeva o no»: per ora la Casa reale ha fatto sapere che il capo del governo Mariano Rajoy era informato dell'assenza del re, ma si dice che l'abbiano informato solo a posteriori («dopo aver sentito crocchiar di ossa dall'ambasciata in Namibia»). Non gliela mandano a dire. Il re «dovrebbe scegliere tra le responsabilità pubbliche e l'abdicazione», ha detto un dirigente del partito socialista, il Psoe. Il Partito popolare ribatte che l'opposizione usa l'incidente per attaccare la monarchia. Più che la monarchia però qui si attacca il re in persona, c'è chi tifa per il passaggio di consegne al principe Felipe.
L'impietosa stampa spagnola ha anche pubblicato una foto del 2006 in cui il re è ritratto con la sua carabina accanto a un elefante defunto. E qui sta l'altra questione. Sulle reti sociali, una petizione perché il re «abdichi» da presidente onorario del Wwf-Spagna ha raccolto 46mila firme nel week-end. Ieri dunque il segretario generale dell'organizzazione conservazionista ha scritto «per trasmettere il profondo malessere e preoccupazione del Wwf per gli ultimi eventi relativi alla battuta di caccia agli elefanti in Africa (...) che ha provocato un profondo rifiuto tra i nostri soci e nell'opinione pubblica in generale contraria alla caccia agli elefanti, anche quando questa avvenga in modo legale e regolamentato». Il Wwf internazionale lavora da mezzo secolo per la conservazione degli elefanti, ricorda la lettera, e combatte tutto ciò che minaccia questa specie protetta. Lavora a progetti orientati a proteggere gli habitat naturali, migliorare la gestione della fauna selvatica, mitigare i conflitti tra umani e pachidermi, lottare contro il traffico illegale di avorio. Oggi le stime della popolazione totale di elefanti africani oscillano tra 470.000 e 690.000 individui. La Cites, il trattato internazionale che vieta il commercio di specie protette, mette l'elefante tra quelle di cui è vietato ogni commercio, salvo alcune eccezioni in Botswana, Namibia, Sudafrica e Zimbawe - paesi che autorizzano la caccia di un numero limitato di elefanti ogni stagione, anche per tenere sotto controllo la popolazione di pachidermi.
Insomma, sparando agli elefanti in Botswana re Juan Carlos non ha infranto le norme della legge, ma di sicuro quelle del buon gusto.
*** ALGERIA *** Da ieri libera Sandra Mariani....

La turista 54enne venne rapita da un gruppo di militanti di al Qaida per il Maghreb Islamico il 2 febbraio 2011 in Algeria.
È la fine di un incubo durato oltre 14 mesi: Mariasandra Mariani, la turista fiorentina rapita il 2 febbraio 2011 nel sud dell’Algeria dai terroristi dell’Aqmi (Al Qaida per il Maghreb islamico), è libera, sta bene e tornerà in Italia domani. «Ora sono in paradiso. Sono finalmente libera», sono state le prime parole di Mariasandra ai genitori, Lido e Fiammetta, telefonando a casa subito dopo la liberazione. «Sto bene - ha rassicurato tra i singhiozzi di commozione - domani mattina sono in Italia, a Roma».
Sulle modalità e sul luogo del rilascio per il momento il riserbo è assoluto, mentre è certo - come hanno confermato all’Ansa fonti locali - che la donna si trova al sicuro in un albergo di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Il pagamento di un riscatto ai sequestratori - che secondo alcuni media sarebbe stato di tre milioni di euro - è stato seccamente smentito dalla Farnesina che, interpellata dall’Ansa, lo ha escluso: «Il governo italiano non paga riscatti». Da parte sua il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha sottolineato che il rilascio è stato il frutto di «un’azione diplomatica di ampio respiro svolta con i governi della regione» e improntata all’«assoluta necessità e priorità della salvaguardia della vita dell’ostaggio, un’italiana rimasta in condizioni terribili per 14 mesi, un tempo di una lunghezza spaventosa». Ed è indubbio che il Burkina Faso, e in particolare il suo presidente, Blaise Compaorè, abbia svolto un importante ruolo di mediazione per far riemergere dalle dune del Sahara Mariasandra, come prima aveva fatto per Sergio Cicala e la moglie Philomene Kabore, rapiti in Mauritania nel dicembre 2009 e rilasciati nell’aprile 2010.
Famoso dal Niger alla Mauritania, dal Mali alla Costa D’Avorio, per la leggendaria capacità di mediazione personale, Compaorè viene costantemente ritenuto in grado, grazie anche ai 24 anni ininterrotti di potere, di trovare canali giusti presso i governi amici dell’area. Già alla fine dell’ottobre scorso, in occasione della visita a Ouagadougou dell’inviato del ministro degli Esteri per le emergenze umanitarie, Margherita Boniver, il presidente burkinabè aveva dato il suo «completo appoggio» alla «richiesta di aiuto» italiana per il rilascio di Mariasandra Mariani ma anche di Rossella Urru, la cooperante rapita, sempre nell’ottobre 2011, nel sud dell’Algeria. La stessa Boniver ha sottolineato la sua «grande felicità e grande soddisfazione per l’eccellente collaborazione tra il nostro governo e i governi della regione sahelo-sahariana coinvolti da subito nella ricerca di una soluzione per la liberazione di Maria Sandra Mariani e degli altri ostaggi italiani. Per ringraziare le autorità di Ouagadougou della loro collaborazione nella risoluzione del caso Mariani, venerdì arriverà in Burkina Faso il ministro per l’Integrazione e la cooperazione Andrea Riccardi, che ha espresso «grande soddisfazione». Soddisfazione anche da parte del vicepresidente del Senato, Vannino Chiti, e da Massimo D’Alema a nome del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir). La Procura della Repubblica di Roma, forse gi… domani, potrebbe ascoltare Mariasandra Mariani nell’ambito dell’inchiesta sul suo rapimento. Gli inquirenti romani hanno un fascicolo aperto sul sequestro della turista che comprende anche l’ipotesi di un rapimento da parte di bande legate ad Al Qaeda. Sempre domani la turista fiorentina avrà colloqui con funzionari della Farnesina. Ma prima, per Mariasandra, ci sarà la prima notte di serenità dopo tanto tempo.
LA VITA....

La felicità ti rende gentile.
Le prove ti rendono forte.
I dolori ti rendono umano.
I fallimenti ti rendono umile.
Ma solo la tua volontà ti fa andare avanti.
Tu sei speciale!
Oggi è il giorno degli "amici on line"
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Sarà divertente vedere quanti "mi piace" riceverai.
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non conosci la frase "fermarsi per respirare il profumo dei fiori"?
*** INDIA *** COME FERMARE LE NASCITE....

La sovrappopolazione è un problema che Delhi tenta di risolvere da 60 anni, con scarsi risultati. C'è chi pratica la sterilizzazione forzata ai danni di poveri, tribali ed analfabeti, ma anche chi prova ad usare la fantasia, sperimentando metodi di convincimento alternativi come lotterie e spot televisivi.
( Matteo Miavaldi )
Shyam Lal (nome di fantasia) è un ragazzo tribale di sedici anni e il 16 febbraio è andato all'ospedale di Rewa, una piccola cittadina del Madhya Pradesh, stato centrale dell'India. Si sentiva la febbre e ha chiesto aiuto ai medici. Gli mettono degli aghi, perde conoscenza ed al risveglio gli viene comunicato che va tutto bene, è guarito. Nel frattempo, l'hanno anche sterilizzato.
Così inizia il reportage di Anuradha Raman, che sul magazine Outlook India racconta la vicenda delle sterilizzazioni forzate in Madhya Pradesh: uno scabroso intreccio tra politica, sanità e controllo delle nascite che ha fatto guadagnare a Shyam Lal il record di “più giovane sterilizzato d'India”.
Sedici anni e una vita davanti senza la possibilità di fare figli, una maledizione non semplice da metabolizzare per un adolescente tribale: nella sua comunità, forse più che nel resto dell'India non adivasi (così vengono chiamati i primordiali abitanti del subcontinente), l'uomo è più Uomo quanta più discendenza riesce a lasciare dopo di sé.
Il controllo delle nascite è una delle priorità in India, un Paese lanciato verso una sovrappopolazione esagerata (oltre 1,2 miliardi secondo l'ultimo censimento del 2011) e già in una fase di sorpasso che nel 2030 – secondo le previsioni – farà mangiare la polvere all'attuale detentrice del primato, la Cina (oltre 1,33 miliardi, ma i dati risalgono al 2010).
In Madhya Pradesh la pratica ha trovato una declinazione anche politica grazie all'ambizione di Shivraj Singh Chauhan, chief minister dello Stato in quota BJP (Bharatiya Janata Party, partito conservatore hindu), che aveva annunciato ai suoi elettori una sterilizzazione di massa spettacolare: 700000 entro il 31 marzo 2012.
Secondo Outlook India, il 12 marzo 2012, gli ospedali del Madhya Pradesh erano poco sopra le 370000 operazioni: poco più di metà.
Decisamente indietro rispetto alla pretenziosa tabella di marcia, gli ospedali dello Stato hanno iniziato ad operare in massa donne e uomini, pescando in particolare tra la popolazione tribale analfabeta.
I pazienti talvolta non vengono informati (come nel caso di Shyam Lal), altre volte l'amministrazione si improvvisa come strozzino, minacciando le famiglie più indigenti di togliere loro i benefit garantiti dalla previdenza indiana – ad esempio una tessera per acquistare riso e farina a prezzi calmierati – se non si sottoporranno a vasectomia o sterilizzazione tubarica.
L'ostacolo del machismo
Nonostante programmi di controllo delle nascite siano in vigore in India dal 1951 sotto diverse forme, negli ultimi anni il governo indiano ha cercato di invogliare la popolazione a partecipare ai programmi di family planning con mezzi reputati più convincenti.
Si va dalle lotterie con frullatori, motociclette ed automobili Tata Nano in palio in Rajasthan alle biciclette donate agli uomini disposti ad una vasectomia in Kerala. Un regalo prestigioso, racconta Indian Express che al Christian Medical College and Hospital – promotore dell'iniziativa – costa più di 2600 rupie a bicicletta, intorno ai 35 euro.
E' interessante notare come la percentuale delle donne sterilizzate sia molto più alta che quella maschile: in Madhya Pradesh, ad esempio, per ogni dieci donne sterilizzate c'è un solo uomo che abbia subito una vasectomia.
La cultura machista indiana gioca un ruolo preponderante, tanto che nelle zone rurali è credenza comune che un uomo sterile sia automaticamente meno virile, meno forte, meno in salute. Così tante mogli, pur di risparmiare al marito un depotenziamento tale della sua virilità a tuttotondo, si offrono loro per la legatura delle tube.
Oppure, come surrogato di mascolinità, alcuni anni fa sempre in Madhya Pradesh le autorità distribuivano il porto d'armi ad ogni uomo che accettava di farsi sterilizzare. “Per non farli sentire meno uomini” spiegava l'amministrazione del distretto di Shivpuri nel 2008, dove l'iniziativa ha registrato un successo senza precedenti: nelle prime 10 settimane, secondo il Washington Times più di 200 uomini si erano già sottoposti all'operazione, ed altri non vedevano l'ora.
Anche chi, come uno degli intervistati nel pezzo del quotidiano americano, era otto anni che provava ad ottenere il porto d'armi, e per otto anni la sua domanda era stata respinta. Ora, scambiando la sua fecondità con un'arma da fuoco, il sogno si è avverato.
Un problema di comunicazione
Il nocciolo della questione risiede nell'opera di convincimento degli strati sociali più bassi, contestualmente quelli che in India procreano di più, prigionieri del vortice dell'agricoltura estensiva poco redditizia e che, secondo i loro calcoli, potrebbe progredire parallelamente al numero di braccia impiegate nella coltivazione.
E' comprovato che una maggiora alfabetizzazione, soprattutto femminile, abbasserebbe il rapporto di fertilità, ovvero la media dei figli nati da una donna nel corso della sua vita. In Italia il rapporto è 1,54, negli Stati Uniti 2,06, in Cina 1,39. In India siamo intorno ai 2,62, con punte di 4 negli stati meno sviluppati come il Bihar.
Nonostante la scolarizzazione femminile sia stata incentivata notevolmente negli ultimi anni, è necessario per il governo indiano trovare un metodo per diminuire le nascite da subito, convincendo il suo popolo che “Meno figli è bello”.
Ci avevano provato negli anni '60, ideando il logo di un triangolo rosso rovesciato che, secondo Delhi, doveva comunicare in modo intelligibile da tutti la proporzione ideale di una famiglia indiana: due genitori, un figlio.
Il logo è stato esportato in molti Paesi del terzo mondo ed ancora oggi campeggia sulle confezioni di preservativi, sopra le cliniche convenzionate per programmi di pianificazione familiare, sulle porte dei consultori. Ma, dati alla mano, la campagna non è stata un grande successo. C'è bisogno di un'alternativa.
Il governo del Bihar, ad esempio, recentemente ha chiesto a BBC Media Action di pensare ad uno spot televisivo che possa veicolare in modo chiaro e diretto il messaggio.
Radharani Mitra, direttrice creativa di BBC Media Action, ha presentato ad un convegno sulle politiche della popolazione a Londra un piccolo spot incentrato sul mantra “1-3-2” (Ek Tin Do, in hindi), ovvero far passare almeno tre anni tra la nascita del primo figlio e del secondo.
La scena: una giovane coppia è seduta sotto un albero, la figlia appena nata dorme avvolta in una coperta davanti alla madre. Il marito inizia a flirtare con la moglie, carezzandola ed avvicinandosi sempre di più, ma lei lo blocca e gli canticchia “Ek Tin Do”. “Da dove viene questo mantra?” chiede lui. “Me l'hai insegnato tu...” risponde lei, usando il suo fascino per convincerlo del falso.
Il mantra glie l'hanno insegnato al consultorio locale, come si scopre in un flashback del marito, che però è ben felice di prendersi il merito di quella piccola formula magica che ha permesso alla famiglia di avere un solo figlio, risparmiare, essere in salute e felici e, addirittura, poter regalare un bel paio di orecchini alla sua amata.
La formula vincente, secondo Mitra, è proprio questa: mostrare i benefici immediati dell'avere meno figli combattendo sul piano concreto degli affetti materiali.
Meno figli, più soldi. Lampante, senza scomodare la geometria.
mercoledì 11 aprile 2012
*** CINA *** HUOMAI ( SEPOLTI VIVI )_ QUANDO I DIRITTI UMANI SONO INUMANI......

di Gianpaolo Visetti.
I dissidenti cinesi hanno scelto lo slogan per il 2012, anno del Drago: "Sepolti vivi". L'espressione è stata adottata dallo scrittore Yu Jie, fuggito dalla Cina con la famiglia e arrivato negli Stati Uniti alla metà di gennaio. L'oppositore, noto per aver redatto un dossier contro il premier Wen Jiabao dal titolo Il più grande attore della Cina, ha raccontato di essere stato torturato e minacciato di morte dalla polizia di Pechino. Prima di caricarlo su un aereo in partenza per New York, gli agenti del governo hanno condotto Yu Jie in una caserma, lo hanno denudato e gli hanno rotto le dite delle mani. Uno degli aguzzini gli ha comunicato che "se dall'alto arriva l'ordine che attendiamo, in mezz'ora possiamo scavare un fossa e seppellirti vivo, senza che il mondo lo sappia". Yu Jie ha raccontato che la polizia gli ha detto che in Cina non restano più di duecento intellettuali influenti che si oppongono alla dittatura del partito comunista e che se le autorità lo ritenessero opportuno, in una notte possono finire tutti sepolti vivi sotto mezzo metro di terra. A Yu Jie è stato detto anche che lo scrittore Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace nel 2010, è il primo nella lista degli aspiranti sepolti vivi cinesi. Da quasi un anno e mezzo Liu Xiaobo, ufficialmente, resta rinchiuso in un carcere della Manciuria, dove sconta una condanna a dieci anni. Sua moglie Liu Xia, colpevole di essere la consorte di un Nobel, è isolata agli arresti domiciliari e risulta scomparsa. In meno di un mese i tribunali cinesi hanno condannato a dieci anni altri tre oppositori, mentre l'architetto dissidente Ai Weiwei non può lasciare Pechino e rischia una pena di quattordici anni. La Cina appare tranquilla, ma in caso di crisi le autorità sono pronte a "seppellire vivi" tutti coloro che osano criticare partito e governo. In pochi giorni, nonostante la censura e i filtri della Rete, lo slogan "sepolti vivi" è riuscito ad acquisire una vita propria online ed è diventato il marchio della seconda potenza economica del mondo. "Stai attento o ti faremo seppellire vivo" è risultata l'espressione più commentata sul web. Gli internauti cinesi clandestini hanno coniato anche un nuovo augurio per l'anno del Drago: "Spero che tu possa entrare nella lista di quelli da seppellire vivi". Espatriato dietro la promessa di non svolgere all'estero attività "illegali o incostituzionali", Yu Jie rischia ora la vita. La denuncia dei dissidenti cinesi non sta però mobilitando cancellerie occidentali e organizzazioni internazionali, paralizzate dalla crisi e vittime del ricatto economico di Pechino. L'agonìa dell'opposizione cinese si consuma nel silenzio totale del mondo e l'anno della grande repressione si appresta a cancellare le ultime voci indipendenti della nazione. Il governo cinese rifiuta qualsiasi commento sulla sorte di Yu Jie e dichiara si essere all'oscuro del suo stesso arrivo negli Usa. Tutti i termini correlati al suo nome sono bloccati sulla Rete e i giornali di Stato, in due commenti, hanno scritto che "figure marginali sono destinate a svanire presto dalla vista della gente". La Cina sta dunque già finendo di seppellire il dissenso, la repressione stringe la presa sulla popolazione e il Paese si prepara al cambio di leadership da cui tra pochi mesi emergerà la classe dirigente dei prossimi dieci anni. Il presidente Hu Jintao tra il 2012 e il 2013 cederà le sue cariche all'attuale vice Xi Jinping, mentre il premier Wen Jiabao verrà sostituito dal numero due del governo, Li Keqiang. Cambieranno sette membri su nove del comitato centrale e dentro i nuovi poteri che occupano la Città Proibita si consuma una violenta lotta clandestina tra riformatori moderati e conservatori nostalgici dell'ortodossia maoista. Tale tensione spiega l'offensiva più dura dai tempi di piazza Tiananmen contro la minima espressione di dissenso. Il potere passa di mano e la Cina è costretta a fronteggiare l'onda lunga della crisi occidentale, il vento di cambiamento che soffia sul Mediterraneo, le incertezze politiche nella penisola coreana e in Birmania, le sommosse operaie e contadine che sconvolgono le regioni produttive del Paese, l'inarginabile forza d'urto della Rete. La risposta cinese sembra limitarsi a seppellire vivo chi non ubbidisce: ma se i problemi restano, potrebbe essere infine il becchino a scavarsi la fossa.
SGUARDO....
Il mio personale omaggio ai tre Tibetani......
Sciopero della fame di tre Tibetani a New York davanti al palazzo delle Nazioni Unite.
martedì 10 aprile 2012
CENSURA.....

Il 24 Luglio scorso in Cina ci fu uno scontro fra due treni ad alta velocità, morirono molte persone fra cui una donna italiana Assunta Liguori di 22 anni. Come ogni cosa che succede in Cina fu messo tutto a tacere, questa mattina il Giornale pubblica un'intervista ai genitori sull'accaduto, se volete rendervi conto di come agiscono questi personaggi leggete l'intervista che segue....
«C’è la congiura del silenzio su mia figlia morta in Cina»
L'ultima volta che hanno potuto vederla era congelata dentro una bara chiusa con i lucchetti. Il coperchio di plexiglas lasciava scorgere unicamente il volto, illividito dagli ematomi e dalla morte. «Mia moglie e io siamo riusciti a dire soltanto: “È lei”», racconta il padre. «I cinesi ci avevano promesso di farci tornare con calma il giorno dopo, per starle accanto ancora un po'. Invece...». Invece Pasquale Liguori e Giuseppina Manna non hanno potuto rimanerle vicino nemmeno durante il viaggio di ritorno. Non c'era posto, per la loro figlia, nella stiva dell'aereo. Sono ripartiti da Shanghai il 28 luglio, ma la salma è stata imbarcata solo il 4 agosto su un volo cargo diretto a Zurigo e da qui rispedita a Roma, come se fosse un pacco dell'Ups. Non sanno nemmeno se indossasse la camicia da notte bianca che le avevano comprato all'ultimo istante, prima di volare in Cina a riprendersela.
Assunta Liguori, detta Sissi, era una bellissima ragazza. Avrebbe compiuto 23 anni il prossimo 19 maggio. Abitava con la famiglia a Casoria e frequentava l'Università L'Orientale di Napoli. Studiava cinese, arabo e inglese. Sul libretto è rimasto il voto più brutto: 28. Si sarebbe laureata a settembre di quest'anno. Solo tre esami la separavano dalla tesi. Nel quart'ultimo, il 20 luglio 2011, aveva preso il solito 30. Il giorno dopo era partita per Shanghai, dove la attendeva un corso di perfezionamento presso la locale università. Una borsa di studio.
Sissi avrebbe dovuto trascorrere 45 giorni in Cina. Gliene è stato concesso solo uno: il 23 luglio, su un viadotto nei pressi di Wenzhou, il treno ad alta velocità su cui viaggiava s'è schiantato a 350 chilometri orari contro un altro convoglio che era fermo da ben 20 minuti sullo stesso binario. «Avaria provocata da un fulmine», si sono giustificati i cinesi. Nessun capostazione che abbia pensato di telefonare: eppure l'Iphone lo fabbricano loro. Quattro carrozze sono precipitate nel vuoto. A tutt'oggi non si sa con precisione quante persone abbiano perso la vita nell'incidente ferroviario. Secondo le autorità di Pechino, 39. Secondo fonti indipendenti, 43. Secondo i blogger, almeno 500.
Assunta Liguori è l'unica europea nell'elenco delle vittime. Ma è come se non fosse mai morta, almeno per i mass media. L'agenzia Ansa se l'è cavata con tre lanci di poche righe. Il primo per comunicare che la Farnesina confermava il decesso. Il secondo per segnalare che il governo cinese aveva «ordinato ai giornalisti di “non indagare”» e di astenersi «dal “riflettere o commentare” l'accaduto». Il terzo per annunciare che il ministero dei Trasporti cinese avrebbe lanciato una «campagna per la sicurezza» della durata di due mesi.
«Mi è stato spiegato che mia figlia, agli occhi di voi giornalisti, ha avuto il torto di morire all'indomani delle stragi compiute in Norvegia dal terrorista Anders Breivik», dice Pasquale Liguori, «ma sotto la tragedia che ci ha portato via Sissi c'è molto di più e molto di peggio». Non a caso cinque mesi dopo l'ex ministro delle Ferrovie cinesi e altre 53 persone sono state incriminate con l'accusa d'aver intascato tangenti «per velocizzare il progetto della rete e soprassedere sulla sicurezza». Fin qui siamo nella norma, si potrebbe concludere. Ma è normale che Pasquale e Giuseppina Liguori abbiano dovuto spendere 27.000 euro per riportarsi a casa la loro Sissi e darle sepoltura nel cimitero di Napoli? È normale che nessuno abbia sentito il dovere, se non di pagargli i voli e l'albergo, almeno di organizzargli il doloroso pellegrinaggio e il rimpatrio della salma? È normale che non siano stati risarciti per l'irreparabile perdita? È normale che l'ambasciatore cinese in Italia non li abbia mai ricevuti? È normale che le più alte cariche dello Stato italiano, da Giorgio Napolitano in giù, non abbiano risposto alle loro lettere?
Pasquale Liguori, 50 anni, è un agente di commercio. Va in giro per la Campania a vendere bomboniere. Ha sposato la sua Pina, 43 anni, nel 1987. Hanno una seconda figlia, Federica, nata nel 1993. Entrambi portano al collo un ciondolo con una foto smaltata di Sissi, rettangolare lui, a forma di cuore lei. In una teca conservano le scarpette di raso della loro principessa. «Cominciò a ballare all'età di 5 anni», rievoca il padre. «Stava per diplomarsi in danza classica e moderna. Chi poteva immaginare che invece la aspettava il passo d'addio alla vita?».
Che tipo era Sissi?
«Solare. Voleva abbracciare la carriera diplomatica. Le piaceva viaggiare. Aveva soggiornato in Egitto, Gran Bretagna, Francia, Santo Domingo e chiesto il visto per l'Arabia Saudita. Mia moglie e io facciamo animazione per i bambini della parrocchia di Santa Maria delle Grazie e lei veniva al campo scuola. Si vestiva da Trilli e danzava per loro».
Era partita per la Cina da sola?
«No, con un amico di 24 anni, Giovanni Pan, originario di Grosseto, figlio di cinesi, che studiava con lei all'Orientale. Quel giorno maledetto dovevano andare a trovare proprio i nonni del ragazzo, che abitano a Wenzhou. Altri 7 minuti di viaggio e sarebbero scesi dal treno. Ad avvisarci che era successo qualcosa è stata la mamma di Giovanni, dopo aver ricevuto una telefonata allarmata dai parenti cinesi. Noi stavamo festeggiando con una trentina di amici il compleanno di mia moglie, che cadeva quel sabato. Ho chiamato il ministero degli Esteri a Roma: la funzionaria di turno, Barbara Perazzo, non ne sapeva nulla. Trascorsa un'ora e mezzo, ci ha riferito che neppure il console generale a Shanghai, Vincenzo De Luca, ne sapeva nulla».
La conferma quand'è arrivata?
«A sei ore dall'accaduto. Ci hanno detto che c'era stato uno scontro ferroviario e che fra le vittime risultava una ragazza di fisionomia europea, priva di documenti. Hanno voluto che inviassi per mail una foto di mia figlia. Ho sperato fino alle 7, quando dalla Farnesina è arrivata la comunicazione: “All'80 per cento è lei. Venite subito per il riconoscimento”. In quel preciso istante mi sono rassegnato, ho capito che avevo perso mia figlia».
Dal ministero sono venuti a prelevarvi?
«Scherza? Mi sono dovuto cercare da solo il primo volo diretto Roma-Shanghai dell'Air China, e pagare i biglietti, 1.300 euro a testa, per me, mia moglie e mio cognato Placido Manna, che s'è offerto d'accompagnarci perch´ è un importatore che lavora con i cinesi . Siamo riusciti a partire da Fiumicino solo alle 18.45 della domenica».
Chi vi ha accolti all'arrivo?
«Il dottor De Luca e il console aggiunto Francesco Varriale. “Può darsi che non sia lei”, cercavano di rincuorarci. Ma dall'espressione dei loro volti ho capito che loro già sapevano. Dopo un'altra ora di volo eravamo a Wenzhou».
I cinesi vi hanno condotti subito all'obitorio?
«Io insistevo per andarci. Invece siamo stati dirottati in albergo. Fingevano di non capire la lingua inglese. Per fortuna mio cognato, attraverso i suoi contatti locali, aveva trovavo un'interprete. Finalmente ci hanno portato alla morgue dell'ospedale. Siamo entrati dal retro, percorrendo un lungo cunicolo. Una funzionaria del Comune di Wenzhou ci ha esortati a non manifestare reazioni di alcun tipo: “Altrimenti vi arrestano”».
Addirittura. E chi vi avrebbe arrestato?
«Nell'obitorio c'erano 20 guardie in divisa. Pareva che dovessimo andare in guerra. Ci hanno condotto in una stanzetta per mostrarci su un computer la foto di una ragazza morta.
Ho riconosciuto subito Sissi. Sorretti per le braccia da quattro agenti, due per me e due per mia moglie, e scortati da un drappello di poliziotti, siamo finiti in un capannone dove c'erano una cinquantina di bare. La cosa più tragica è stata non poter accarezzare e baciare nostra figlia. Il cadavere era completamente ghiacciato. Mia moglie è svenuta. Dopo appena cinque minuti ci hanno trascinati via: “Potrete rivederla domani”».
Così non è stato.
«In compenso ci hanno prelevato il sangue per farci l'esame del Dna e preso le impronte digitali. Volevano essere sicuri che fossimo i genitori».
Ma perch´ tutta questa fretta?
«L'abbiamo capito al ritorno in albergo. Erano le 16.30. “Alle 19 avrete un incontro in una saletta riservata con le autorità cinesi”, ci è stato comunicato. All'ora convenuta si sono presentati sei funzionari delle ferrovie e del Comune di Wenzhou, con un avvocato. “Facciamo un minuto di raccoglimento per le vittime”, ha suggerito il capodelegazione, ma dopo 20 secondi già aveva cominciato il suo brutale discorso attraverso l'interprete: “Chieda ai genitori quanto vogliono, a patto che nulla esca da queste mura”. Il legale reggeva una valigetta: secondo me c'erano dentro i soldi in contanti. Ho replicato: riferisca a questo signore che se non va via subito faccio volare le sedie. Ma quello è tornato alla carica: “Pensateci bene. Diteci una somma e chiudiamo”».
Inaudito.
«Non volevano nemmeno far partire la salma di mia figlia perch´ era sprovvista di passaporto. Alla stazione di Wenzhou, fra i bagagli smarriti, abbiamo ritrovato una valigia e lo zaino di Sissi. Erano spariti 2.000 euro, la macchina fotografica, l'Ipod. Scomparsa la seconda valigia, piena di generi alimentari portati da Napoli. Nel portafogli avevano lasciato il passaporto ma neanche uno spicciolo. Passati tre giorni nessuno parlava più del disastro».
Per quale motivo, secondo lei?
«La Tav Hangzhou-Wenzhou è stata costruita a tempo di record, senza tener conto della sicurezza. C'è sotto un maxi scandalo. Loro parlano di 39 morti, ma si sa che le vittime sono state portate in ben sette ospedali, e solo in quello dov'era Sissi ho contato almeno 50 bare, faccia lei i conti».
Ha intentato causa contro le ferrovie?
«Gli avvocati locali sono stati diffidati dall'assistere i parenti dei morti e in Cina i legali stranieri non sono ammessi. Per ciascuna vittima è stato offerto il corrispettivo di 5.000 euro, poi di 20.000. Alla fine hanno stanziato 915.000 yuan, circa 100.000 euro, corrispondenti al reddito complessivo in un Paese dove l'aspettativa media di vita è di 50 anni. Li ho rifiutati. Ho chiesto alle nostre autorità consolari a Shanghai: e se non avessi avuto i soldi per rimpatriare mia figlia? “Faceva una colletta in Italia. Oppure lasciava la salma in Cina”. Che cosa rispondi a gente così? Piuttosto sarei rimasto là per sempre insieme con lei».
Ma i 27.000 euro li aveva o no?
«No, la mia azienda è in crisi. Ce li ha dati il nonno materno di Sissi, Mariano Manna, che ha messo a disposizione anche la tomba di famiglia».
In Cina vi ha cercati il corrispondente della Rai da Pechino o quello del Corriere della Sera?
«Nessuno. Per farmi sentire ho dovuto noleggiare a mie spese due pullman per portare parenti e amici a protestare davanti all'ambasciata della Cina a Roma. Ma la polizia italiana ci ha impedito di raggiungere la sede diplomatica di via Bruxelles. Dopo molte insistenze, il questore ha ottenuto di far avvicinare solo me. Recavo un fascio di rose legato col nastro tricolore e una lettera. Il portinaio ha aperto lo spioncino: ha ritirato la busta e mi ha fatto cenno di posare i fiori sul davanzale, precisando in inglese che l'ambasciatore non li gradiva. Fine. Ma, dico io, siete in Italia! Siete ospiti! È questo il modo di comportarsi?».
E le nostre autorità come si sono comportate?
«Ho scritto tre messaggi al presidente della Repubblica, che è di Napoli come me. Non ha mai risposto. Solo il 19 settembre, a 58 giorni dalla tragedia, l'ambasciatore Stefano Stefanini mi ha trasmesso un messaggio di cordoglio. E quello è stato l'unico segno di vita da parte dello Stato».
Il nuovo ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Santagata, s'è fatto vivo?
«Zero».
Figurarsi quindi se il premier Mario Monti ha parlato del suo caso durante il recente viaggio a Pechino. I cinesi bisogna tenerseli buoni: devono comprarsi una parte del nostro debito pubblico.
«Per la Cina esistono solo i soldi. Tutto il resto, a cominciare dal senso di umanità e di giustizia, non conta. Mi sono messo in contatto con un ragazzo americano che vive nel Colorado. Nel disastro ha perso i genitori. Mi ha scongiurato di lasciarlo fuori da questa storia, perch´ un fratello che viaggiava con loro era ancora ricoverato in Cina e temeva per la sua vita. Io sto combattendo questa battaglia per i genitori che mandano i loro figli in giro per il mondo: devono sapere che, se gli accade qualcosa di brutto, si ritroveranno completamente soli, abbandonati. Giovanni Pan, l'amico di Sissi rimasto gravemente ferito nel deragliamento, ha già subìto una decina di interventi chirurgici. Rischia di restare paralizzato. All'istituto Rizzoli di Bologna gli hanno prospettato un'altra operazione che però costa 30.000 euro. E dove li trova? Ha scritto al presidente Napolitano. Silenzio assoluto».
Che tristezza.
«E questo è niente. Siccome a causa della lunga convalescenza è finito fuori corso, L'Orientale ha preteso che versasse le tasse universitarie. Cina o Italia, mi dica lei, che differenza c'è?».
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it
IL TUNNEL...
sabato 7 aprile 2012
mercoledì 4 aprile 2012
lunedì 2 aprile 2012
***BIRMANIA*** Eletta San Suu Kyi: "E' finito un lungo incubo"...

Nel primo voto libero dal 1990
la Signora vince senza problemi
il seggio nel distretto di Kawhmu
Il suo partito denuncia brogli
PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A NEW YORK
Alcuni elettori birmani hanno raccontato di non aver dormito, per l'emozione, prima del voto nelle elezioni suppletive. E si capisce, perché il successo ottenuto da Aung San Suu Kyi e il suo ingresso in Parlamento rappresentano un fatto storico. Si tratta solo del primo passo, però, a cui dovranno seguirne molti altri, prima di poter dire che il passato dittatoriale sta davvero finendo.
Oggi erano in palio 45 seggi, lasciati liberi da parlamentari che nel frattempo sono entrati nel governo e hanno dovuto abbandonare la carica per le regole sull'incompatibilità. Si erano presentati 176 candidati di 17 partiti diversi, più otto indipendenti, per quello che doveva essere il primo voto libero dal 1990. Allora la Nld di Aung San Suu Kyi vinse le elezioni, ma la giunta militare annullò il risultato e mandò lei agli arresti domiciliari per quasi vent'anni. Poco più di un anno fa il regime ha deciso di cambiare linea, forse perché intende davvero avviare la transizione in un paese isolato e impoverito, o forse solo per allentare la pressione internazionale e convincere Europa e Stati Uniti a togliere le sazioni economiche.
Aung San Suu Kyi ha vinto senza problemi il suo seggio a Kawhmu, un distretto molto povero che si trova a sud di Yangon, dove la gente vive ancora sulle palafitte di legno. Questo risultato, però, era scontato. I veri test erano lo svolgimento regolare delle elezioni in tutto il Paese, il numero dei seggi presi dalla Nld, il ruolo che i nuovi parlamentari dell'opposizione potranno svolgere nel governo del paese, la soluzione del problema delle molte minoranze ancora oppresse, le riforme che dovrebbero servire anche a favorire gli investimenti internazionali per bilanciare l'enorme influenza della Cina.
La Nld ha denunciato diverse irregolarità, come ad esempio la cera messa in alcune schede sul suo simbolo, per poi cancellare il voto in fase di scrutinio. Aung San Suu Kyi ha detto che non rimpiange di aver partecipato, ma ora si tratta di vedere quanti dei 45 seggi in palio sono andati al suo partito. Erano girate anche voci sulla sua possibile nomina a ministro, ma lei nelle settimane scorse le aveva smentite, perché non vuole rinunciare al posto in Parlamento. Se denunciasse lo svolgimento e l'esito delle elezioni, per Europa e Usa diventerebbe molto difficile procedere sulla strada dell'eliminazione delle sanzioni.
Superato questo scoglio, bisognerà vedere che ruolo reale avranno i nuovi parlamentari. Nella Camera Bassa ci sono 440 seggi, e in quella alta 224, un quarto dei quali sono assegnati direttamente dai militari. Anche se la Nld avesse vinto tutti i 45 seggi, il suo peso numerico sarebbe comunque irrilevante, a meno che il regime non decida di coinvolgerla effettivamente nella gestione del paese.
Un punto su cui Aung San Suu Kyi vorrebbe avere parola è il trattamento delle minoranze, ignorate dal regime e in molti casi in guerra col governo centrale. Suo padre aveva organizzato una conferenza negli anni Quaranta per risolvere questo problema, e lei vorrebbe ripercorrere le sue orme, perché giudica questo tema fondamentale per dare stabilità alla Birmania. Le elezioni di oggi, in sostanza, hanno rappresentato un primo passo storico, ma adesso la comunità internazionale dovrà vigilare, per vedere se si è trattato di un bluff o di una vera svolta.
domenica 1 aprile 2012
Lettera /Testamento

La lettera testamento che Jamphel Tashi ha scritto prima di immolarsi ieri ....1. Lunga vita al Premio Nobel Sua Santità il Dalai Lama! Ritorno di S.S. il Dalai Lama in Tibet! Prego e credo fermamente che i fratelli e le sorelle tibetani in Tibet e fuori dal Tibet possano ricongiungersi davanti al Palazzo Potala per cantare l'inno nazionale come il fragore di un tuono.
2. Cari fratelli e sorelle, per avere un futuro prospero e felicità è importante avere un'identità nazionale. Essa è il soffio vitale di un popolo, l'orgoglio per lottare per la verità, ciò che ci trascina verso un futuro prospero. Cari fratelli e sorelle, se aspiriamo ad un mondo di uguaglianza e felicità, dobbiamo salvaguardare e non dimenticare la nostra identità nazionale, attraverso azioni determinate, piccole o grandi che siano. Più in generale l'identità nazionale è la saggezza che discerne la verità dalle falsità.
3. La libertà è la base della felicità degli esseri viventi. Senza libertà essi sono come una fiamma traballante al vento, come i sei milioni di tibetani.
Se i fratelli e le sorelle delle tre province tibetane saranno unite nello sforzo, saremo certi
del risultato. Perciò non scoraggiamoci.
4. Queste che ho appena descritto sono le condizioni dei sei milioni di tibetani. È arrivato il momento critico per chi ha di più, di dare; per chi è istruito, di servire al meglio la causa tibetana con le proprie competenze; per chi ha la vita, di dare la vita. Così penso io.
Se nel ventunesimo secolo c'è ancora bisogno di dare la preziosa vita alle fiamme, è un
segnale indelebile del fatto che i sei milioni di tibetani stanno attraversando enormi
sofferenze sotto dure repressioni e non godono dell'uguaglianza dei diritti umani. Se avete compassione e siete solidali con noi, proteggete gli umili e innocenti tibetani.
5. La nostra cultura millenaria, la nostra religione e la nostra lingua hanno bisogno della libertà. Tutti gli uomini hanno bisogno di uguali diritti umani. Chiedo, perciò, il sostegno di tutti i popoli del mondo.
Bod gyalo!
Nuova immolazione....

Un giovane tibetano ha cercato di immolarsi col fuoco stamattina a New Delhi India,durante una manifestazione organizzata contro la visita del presidente cinese Hu Jintao. Lo riferisce il website Phayul appartenente alla comunità tibetana in esilio. L’uomo, che vive nella capitale indiana, è stato ricoverato all’ospedale con gravi ustioni. La dimostrazione pacifica dei tibetani si è tenuta un’area vicina al Parlamento, dove è stato schierato un massiccio cordone di sicurezza. Il leader cinese è atteso tra pochi giorni per il vertice dei Paesi Brics (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica). Il tibetano, che ha 27 anni e che è stato identificato come Jampa Yeshi, ha riportato ustioni sulla maggior parte del corpo, secondo la tv NDTV. Quando si è dato fuoco, i suoi compagni hanno cercato di spegnere le fiamme usando le bandiere che avevano in mano e anche versandogli addosso dell’acqua dalle bottiglie. Circa 600 tibetani si era radunati stamattina per protestare contro Hu Jintao con striscioni a favore della liberazione del Tibet. E’ il secondo tentativo di immolazione negli ultimi mesi a New Delhi.
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