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lunedì 30 gennaio 2012

INDIA......


*** INDIA *** Ogni ora viene uccisa una sposa perché la dote è inadeguata.....
Si chiama «dowry death» (morte a causa delle dote) e ogni anno, in India, uccide quasi una donna ogni ora. Un cancro che nessuna legge è riuscito a estirpare e che, al contrario, nell’ultimo decennio, ha moltiplicato le sue metastasi. Nel Duemila, le vittime di una dote deludente erano circa settemila, nel 2010, la cifra è arrivata A quota ottomilaquattrocento.
Spesso, lo sposo e i suoi familiari, non finiscono nemmeno davanti alla giustizia. Il loro furore si scatena perché la dote pattuita al momento di concordare il matrimonio, non si rivela tale. Davanti alla dote reale vanno in fumo progetti e sogni e si materializza la violenza più cieca. Per capire quanto cieca, basta leggere uno degli articoli del codice penale, rivisto nel 1986, per cercare di arginare il fenomeno, che inquadra così il reato: «Quando la morte di una donna è causata da scottature o da ferite corporali, o quando si verifica in circostanze anomale nei sette anni che seguono il matrimonio e quando è provato che, poco prima della morte, la vittima è stata oggetto di atti crudeli o di molestie da parte del marito o della famiglia del marito, in relazione con una richiesta di dote».
La maggior parte delle morti, spesso denunciate come suicidi, avviene a causa di bruciature. Negli archivi della polizia ci sono archiviati migliaia di «incidenti di cucina» in cui, stranamente, a rimanere vittima è solo la moglie: mai che ci vada di mezzo la madre dello sposo, una cugina e via dicendo. A causa della precocità dei matrimoni, le vittime sono giovanissime: la maggior parte ha tra i 18 e i 26 anni.
Nonostante negli ultimi anni, alcune organizzazioni per la difesa della donna abbiano portato avanti un eccellente lavoro per portare a galla l’agghiacciante fenomeno, la società indiana, continua a «difendere» la pratica. E se prima la difesa arrivava più per questioni di cultura, tradizioni, peso del patriarcato, oggi la vendetta scatta perché il matrimonio è divenuto semplicemente sinonimo di denaro facile. Eppure risale addirittura al 1961 la legge che proibisce la «morte per la dote». Cinquanta anni trascorsi senza un importante impatto sulla società. Soprattutto negli stati del nord, tradizionalmente più colpiti: Uttar Pradesh, Rajastan, Madhya Pradesh e Punjab.
Fonte ( il messaggero.it )

TIBET......


TIBETANI IN RIVOLTA, IL SICHUAN IN STATO D'ASSEDIO....
La polizia schierata da Pechino nella regione apre il fuoco, decine di vittime.
PECHINO — Dopo le fiamme che da un anno a questa parte hanno avvolto almeno sedici monaci, ora gli scontri di strada, le pallottole, lo stato di assedio. Il Sichuan torna ad accendersi: o meglio, bruciano le contee autonome nell'ovest della provincia, abitate dai tibetani che già nel 2008 avevano aderito alla grande rivolta partita da Lhasa. A dimostrazione che la brace lasciata dalle auto immolazioni nel nome della «libertà da Pechino» ha continuato ad ardere, spingendo migliaia di seguaci del Dalai Lama a scendere nelle strade per confrontarsi con gli agenti in tenuta anti sommossa. Il bilancio è pesante. Pechino ha denunciato tre morti tra i tibetani mentre fonti dei ribelli parlano di almeno undici vittime e decine di feriti. Le autorità centrali hanno ammesso l'uso di armi da fuoco da parte dei poliziotti, ma «solo perché sono stati oggetto di aggressione armata: 19 agenti sono rimasti feriti». Opposta la versione dei manifestanti: «Sono loro che sparano, non noi».
Impossibile avvicinarsi alle cittadine e ai villaggi che si sono sollevati: le autorità hanno chiuso ogni via di comunicazione, tagliando anche telefoni ed Internet. Ufficialmente non si può viaggiare nell'ovest del Sichuan, tra verdissime montagne e vallate che aprono la strada verso il Tibet, perché «il ghiaccio ha reso pericolose le strade». La realtà è che in questo freddo inverno, il fuoco della rivolta rischia di riportare la Cina nel caos. Certo non è un buon auspicio per l'inizio dell'anno del Dragone, il segno più fausto dello zodiaco tradizionale. A Ganzi, per esempio, lunedì scorso alcune migliaia di manifestanti hanno marciato verso il municipio cantando slogan contro «l'occupazione» del Tibet da parte dei cinesi. I soldati avrebbero aperto il fuoco uccidendo tre persone. L'indomani, nuovo corteo spontaneo nella stessa cittadina: altri due morti. Pochi giorni più tardi, nella contea di Aba, un giovane tibetano ha affisso un poster con la propria foto e un testo che diceva, più o meno: «I monaci continueranno a darsi fuoco e morire fino a che il Tibet non sarà libero». Il giovane invitava la polizia ad arrestarlo. Proprio quello che è successo due ore più tardi. Salvo che l'azione ha provocato un'immediata rivolta finita nel sangue: altri spari, altri morti. «La Cina deve affrontare alla radice le cause delle proteste: una repressione sempre più dura e una politica fallita verso la minoranza — ha detto Sharon Homs, direttore della Ong Human Rights in China —. I tibetani vogliono la demilitarizzazione della loro terra e il rispetto dei diritti fondamentali».
La risposta di Pechino non è stata incoraggiante. Fonti locali raccontano di arresti nei monasteri e nelle case prima dell'alba, e obbligo di «rieducazione» per i monaci ribelli. Il timore: da episodi singoli, per quanto brutali e ad effetto — le auto immolazioni — i tibetani sono passati a una vera sollevazione popolare. «Il governo cinese, come sempre — ha detto Hong Lei, portavoce del ministero degli Esteri — combatterà tutte le violazioni della legge e sarà risoluto nel mantenere l'ordine sociale». Da New Delhi, Youdon Aukatsang, ha confermato all'Ap che Pechino ha paura di un «possibile movimento sotterraneo» capace di organizzare segretamente un'insurrezione in vista del Capodanno tibetano (22 febbraio). Di fatto ogni anno, intorno al 14 di marzo, anniversario della tragica rivolta del 2008 (22 morti ufficiali), il Tibet viene sigillato. Da Dharamsala, in India, dove il Dalai Lama vive in esilio dal 1959, non è arrivato alcun comunicato ufficiale. Nelle strade del Sichuan occidentale i tibetani si sentono sempre più soli e disperati.
Fonte: Paolo Salom - Corriere della Sera

venerdì 27 gennaio 2012

IL GIORNO DELLA MEMORIA.....


Qualche giorno fa ho rivisto il film " Mi ricordo Anna Frank" .... non voglio dimenticare l'orrore che tante persone hanno vissuto sulla loro pelle, nel mondo ancora oggi esistono realtà brutali dove ogni diritto viene calpestato, mi auguro che un giorno tutti i popoli possano riprendersi la propria libertà fisica e mentale....

giovedì 26 gennaio 2012

** CINA** LAOGAI COSA SONO ?


Da Stefania Marchesini: (la spiegazione di cosa sono i Laogai ...
Made in China, orrori dietro un’etichetta.....
Spesso quando cerchiamo di spiegare e di spiegarci il basso costo di tutta la merce proveniente dalla Cina, come scarpe, occhiali, vestiti, giocattoli, ci accontentiamo delle semplici risposte date dai media: ore di lavoro raddoppiate rispetto agli operai Italiani, sfruttamento del lavoro minorile, salari minimi; purtroppo però, non è tutto qui, dietro i costi abbattuti del “Made in China” ci sono storie di torture, omicidi, espianti e traffici d’organi illegali ed abusi contro la dignità umana che riguardano milioni di persone, dietro tutto questo c’è la storia dei Laogai. La parola Laogai in cinese vuol dire “riforma, rieducazione attraverso il lavoro”. I Laogai sono dei veri e propri campi di concentramento sui cui si basa il sistema carcerario cinese, il campo al suo interno racchiude diverse sezioni, ma non è solo una semplice galera. In Cina infatti per reati “minori” si può essere rinchiusi per 3 anni senza nessun tipo di processo, infatti è la polizia a decidere la gravità di questo tipo di reati: violazioni come parlare a favore della democrazia, mostrare idee politiche in conflitto con il regime o semplicemente appartenere ad una minoranza etnica o religiosa (come Mongoli e Tibetani), vengono severamente punite. Una volta rinchiusi i dissidenti devono confessare le proprie colpe e giurare fedeltà al governo; le confessioni vengono quasi sempre estorte con metodi disumani come l’uso del bastone a scossa elettrica, frusta o manganello, una volta “confessato” il proprio crimine, comincia la vera e propria riabilitazione attraverso il lavoro, o perlomeno così viene chiamata dai rappresentati del regime comunista cinese. Ai detenuti vengono assegnate delle “quote” cioè una quantità di oggetti da produrre o lavori da svolgere in un giorno (si lavora dalle 16 alle 18 ore al giorno); lavori come assemblare giocattoli, cucire vestiti o peggio lavorare in miniere dove si esalano gas tossici senza nemmeno la minima protezione. Se il detenuto non riesce a svolgere per tempo la sua “quota” la razione di cibo diminuisce senza possibilità di appello. In che modo il mercato occidentale è collegato con i Laogai? E’ tanto semplice quanto allarmante, un esempio pratico può essere un’azienda o un’industria occidentale (es.moda, oggettistica, tessile) che commissiona ad una società di import-export cinese una quantità di materiale da lavorare, assemblare o finire, soltanto che tutto questo lavoro viene svolto servendosi degli operai rinchiusi nei campi, a nessun costo, se non quello delle eventuali materie prime. In Cina per legge, non si può rimanere rinchiusi per più di 3 anni senza un processo; ma molto spesso, per non diminuire la forza lavoro, alcuni detenuti che hanno già scontato la pena vengono considerati “non completamente riabilitati e non idonei alla società” quindi la detenzione nei campi viene prorogata. Ma tutto questo non basta, le atrocità più cruente vengono commesse contro i condannati a morte, in Cina ci sono 60 reati per cui si può essere giustiziati ( le esecuzioni capitali avvengono con una frequenza impressionante), una volta giustiziati si procede all’espianto degli organi: reni, cornee, cuore, tutto destinato alla vendita negli ospedali militari, per legge in Cina chi riceve un organo non può chiederne la provenienza, né tanto meno i parenti del condannato possono vedere il cadavere, perché sempre per legge i corpi vengono cremati, cancellando così ogni traccia di misfatto. La copertura usata fino ad ora dal governo è che: “ogni espianto è autorizzato dai condannati a morte”, cosa difficile da credere visto che in Cina il corpo è considerato sacro, quindi intoccabile anche dopo la morte. Per ogni giustiziato a cui vengono “presi” gli organi un soldato riceve 40 dollari di premio. Wang Guoqi, un medico militare cinese dei Laogai, fuggito negli Stati Uniti ha confessato al noto quotidiano Guardian che illegalmente ai giustiziati veniva prelevata subito dopo l’esecuzione anche la pelle, destinata poi alle industrie cosmetiche europee e che un rene valeva fino a 30 mila dollari, lo stesso Wang Guoqi ha ammesso di aver preso parte ad un centinaio di espianti non autorizzati. Le storie che trapelano dai dissidenti fuggiti dai campi sono tantissime, come le violenze da parte dei soldati verso i rinchiusi: molte donne vengono stuprate, e per quelle che dovessero avere una gravidanza concepita dallo stupro, l’aborto forzato con metodi rudimentali, anche all’ottavo mese. Oggi, il nemico giurato dei Laogai si chiama Harry Wu: detenuto per 19 anni nei campi di concentramento solo per aver manifestato le sue simpatie per la democrazia. Harry Wu, ora è cittadino americano ed ha fondato la Laogai Research Foundation, un’organizzazione no-profit che divulga e fa conoscere al mondo questa orribile realtà. Per anni Harry Wu ha viaggiato tra Cina e Stati Uniti con la copertura di diplomatico o imprenditore per indagare e provare quale fosse l’effettiva provenienza delle merci cinesi. Tra le varie campagne in atto dalla Laogai Research Foundation c’è quella di boicottare prodotti che riportano l’etichetta “Made in China”, anche se come dice lo stesso Wu: “il problema è che molti di questi articoli lavorati nei campi riportano marchi europei o statunitensi”. Sempre Harry Wu propone di ostacolare questo tipo di commercio, non acquistando merci facili da identificare e da isolare ,come i giocattoli, e facendo conoscere questa situazione anche ai propri governi attraverso lettere e petizioni. Sapere con precisione il numero dei Laogai è impossibile, perché il governo li nasconde o li chiude per poi aprirne di nuovi in luoghi e province diverse, depistando così organizzazioni per la difesa dei diritti umani come Amnesty International o Human Rights Watch, si stima che attualmente ci siano più di 1000 campi e circa 6 milioni di detenuti. In Italia siamo bombardati di notizie che parlano delle nuove economie, di come, a lungo andare le nuove industrie tessili orientali distruggeranno le nostre piccole imprese, della concorrenza spietata e delle proposte del governo di mettere dazi alla nuova imprenditoria cinese; quello che noi conosciamo però, è soltanto una facciata dell’economia di una nazione che sta basando tutto il suo potere sulla privazione di un diritto che a nessun essere umano dovrebbe essere mai negato, la dignità.

‎**TERREMOTO** 25 Gennaio 2012


Epicentro Pianura Padana in provincia di Reggio Emilia: Comuni di Boretto, Poviglio, Brescello, Castenovo di sotto....
La scossa è stata di magnitudo 4.9 e si è sprigionata qualche minuto dopo le 9, non sembra ci siano danni materiali
.

‎**DAMASCO** ( Siria)


La Siria va alla guerra civile e il mondo resta a guardare.....La missione di monitoraggio, inviata dalla Lega Araba con ben 200 osservatori internazionali è andata in scadenza il terzo fine settimana di gennaio, si è rivelata fallimentare in quanto nelle ultime settimane ci sono stati oltre 400 morti, per un totale di 5.400 vittime dal marzo 2011, il conflitto ha assunto sempre più i contorni di una guerra civile, con le milizie di insorti in possesso di mezzi crescenti per combattere contro l'esercito di Bashar al Assad, rifornito dall'Iran e dalla Russia. Anche se gli Stati Uniti sostengono la necessità di un'iniziativa armata contro Damasco, il vero nemico da fronteggiare per il presidente Assad non è la NATO, bensì la Lega Araba, sempre più istigata dal Qatar che vorrebbe rovesciare il regime di Assad. Il regime, però, ha ancora dalla sua parte influenti Paesi amici come l'Iran, la Russia e la Cina. In Consiglio di sicurezza dell'Onu, ha pesato il veto di Mosca e Pechino, contrarie a ogni intervento esterno.

‎**KANO** (Nigeria)


Sale a 178 il bilancio delle vittime del massacro di Kano, la citta' nigeriana colpita ieri da 20 bombe e diversi attacchi kamikaze. Gli attentati sono stati rivendicati dal gruppo islamico Boko Haram per il rifiuto del governo di rilasciare alcuni suoi membri in carcere. Boko Haram è il nome attribuito dalla popolazione a una setta di miliziani islamici in Nigeria, nella lingua haussa significa «la cultura occidentale è proibita» e il movimento promuove con la violenza la diffusione di una versione dell'Islam che considera «haram» (ovvero vietato) per i musulmani prendere parte ad attività politiche o culturali che siano in qualche modo legate all'Occidente: votare alle elezioni, ma anche frequentare istituti che non siano scuole islamiche. Nel mirino di questi estremisti islamici finiscono non solo i cristiani (in un anno ne sono stati uccisi centinaia in diversi attacchi), ma anche agenti di polizia, politici e chiunque osi criticarli.

Cos'è la felicità?


...Quando cercate la felicità, cercate il dolore, e quando trovate il dolore e cominciate a vedere che diminuisce, allora troverete la felicità...Gehlek Rimpoche insegnante buddhista.

Il vostro corpo è l'arpa della vostra anima. Sta a voi trarne musica armoniosa suoni confusi.

.. Kahlil Gibran

Dedicato a tutti i tibetani che hanno sacrificato le loro vite e il proprio benessere per un Tibet Independente....

DALAI LAMA..



There is a saying in Tibetan that “at the door of the miserable rich man sleeps the contented beggar.” The point of this saying is not that poverty is a virtue, but that happiness does not come from wealth, but from setting limits to one’s desires, and living within those limits with satisfaction.

C'è un detto in tibetano, "alla porta del ricco terribilmente infelice dorme il mendicante soddisfatto". Il punto del detto è che la povertà non è una virtù, e che la felicità non viene dalla ricchezza. Invece, la felicità viene mettendo paletti ai propri desideri e vivendo entro quei paletti con soddisfazione.

La natura ci insegna ad amare.......

domenica 15 gennaio 2012

TIBET....

Un vecchio video trafugato dagli archivi cinesi mostra la caccia della polizia cinese ai tibetani senza produrre alcun mandato d'arresto violando i diritti umani fondamentali.

LA TESTIMONIANZA DI UNA DONNA TIBETANA.


"Gentili signori sono oggi qui a nome di:

Ngawang Sangdrol, Gyalten Pelsang, Ngawang Kiyzom, Rinzen Kunsang, Ngawang Tsepak, Adhi, Ngawang Jampa, Gyaltsen Choedon, Nyima Tsamchoe, Sonam Dolkar, Lhakpa Chundak, Tashi Drolma, e di migliaia di altre donne tibetane.
Vorrei rappresentare la voce, finalmente libera, di tante donne che non hanno più un nome, né un volto. Di tante donne private del proprio futuro. Vorrei essere oggi qui la loro voce, per raccontare la reale storia della crudele oppressione militare che le ha rese vittime tra le vittime, proprio in quanto donne, colpite in tutti gli aspetti dalla dura repressione politica e del genocidio in atto nel territorio tibetano. I pochi nomi che vi ho citato sono il simbolo di tutte le donne tibetane, sia laiche che monache, detenute e torturate semplicemente per aver espresso una opinione o per aver osato cantare l'indipendenza del Tibet, o ancora per non aver obbedito al comando di alzarsi in piedi impartito da qualche cinese.
Molte donne sono in stato di detenzione solo per aver indossato vesti tibetane, per aver rifiutato l'indottrinamento politico, o per aver manifestato fedeltà al Dalai Lama, molto spesso anche solo per aver cercato semplicemente di essere madri.
Le mani dei cinesi sulle donne tibetane sono pesanti, violente, fastidiosamente sadiche. L'arresto, specialmente delle monache, si traduce in stupri e violenze collettive, praticate spesso con micidiali bastoni elettrici e bruciature di ogni tipo. Le detenute vengono obbligate a spogliarsi davanti a tutti, picchiate, o assalite da cani feroci e così via in un crescendo di orribili perversioni che hanno, come unico scopo, quello di umiliare e distruggere sia la dignità che il senso di appartenenza ad un popolo, quello stesso popolo che per i cinesi non ha alcun diritto di esistere. Ma le donne tibetane resistono, non si piegano. Totalmente isolate, in quell'enorme carcere collettivo che è divenuto il Tibet, resistono, spesso eroicamente, incuranti delle conseguenze che ogni parola ed ogni gesto può avere sul loro già amaro destino. Anzi spesso sono proprio loro, quelle timide e pacifiche monache di 15, 16, 20 anni che a voi capita di veder gaiamente sorridere nelle vostre riviste, le leader che da anni guidano il movimento di resistenza non violenta praticata sia fuori che dentro le carceri. Esse sfidano i loro aguzzini in nome dei loro diritti, della libertà, li sfidano, proprio come farebbe un docile agnello di fronte ad un lupo affamato.
Ora vorrei il permesso di recitare un brevissimo canto che dice:
" Io sono in prigione ma non ho rimpianti, la mia terra non è stata venduta, è stata rubata.
Per questo abbiamo pianto tante lacrime, oh, tante lacrime "
Sappiate che questo breve ed inoffensivo ritornello, circolato clandestinamente per qualche tempo nella famigerata prigione di Drapchi, è costato fino a 10 anni di pena aggiuntiva alle monache che l'avevano composto.
E' in questo modo che il Tibet sta combattendo la sua lotta per la libertà. Non con le bombe, gli attentati, le armi, ma con la fede, i canti, le bandiere fatte sventolare dalle colline prima dell'arresto e soprattutto in nome della grande devozione al suo Leader, il Dalai Lama, Premio Nobel per la Pace. La Cina, che alcuni decenni fa dichiarò al mondo la liberazione di un Tibet feudale, dall'oppressione di imperialisti stranieri, ora non ha più scuse per le sue menzogne. Vi chiedo: gli schiavi liberati che motivo avrebbero di ribellarsi a chi gli avesse davvero offerto benessere e libertà?
Le donne Tibetane vivono rinchiuse nelle prigioni senza sapere se ne usciranno mai, cercano di sopravvivere gloriosamente restando per lunghi periodi segregate in luridi buchi, senza acqua né luce e con pochissimo cibo, spesso avariato. Non hanno nulla per potersi scaldare e vanno avanti così, per lunghi periodi di isolamento, in celle completamente buie, vengono seviziate e picchiate senza pietà anche fino a morirne, costrette a rispondere ai loro carcerieri quando le insultano chiamandole con nomi come asino, maiale, cane… ed è così che vivono la loro prigionia: sole, nude ed indifese di fronte ai loro torturatori.
Le donne tibetane sono private del diritto di essere madri, vengono sterilizzate a loro insaputa oppure con la forza, spesso sono costrette ad abortire e a subire trattamenti peggiori di quelli riservati alle bestie, senza anestesia , con l'utilizzo di bastoni elettrici, non importa se il feto è un bambino già completamente formato. Inoltre, se nonostante l'iniezione letale il bambino fuoriesce vivo, viene soppresso subito dopo, e spesso mentre la madre ascolta il suo primo innocente vagito. Dopo un po' le comunicano che è morto. L'aborto e la sterilizzazione forzata sono problemi veramente seri sia per la gravità che per la frequenza. Solo nel vicino 1997 si è avuta notizia di ben 883 casi di questo tipo subiti dalle donne tibetane; in alcuni di questi casi le donne hanno partorito bambini già morti e in altri le tibetane sottoposte a sterilizzazione sono decedute. Le rigide misure di controllo delle nascite sono applicate in diverse zone del Tibet a tutte le donne in età compresa tra i 16 e i 45 anni. Il destino di una mamma in Tibet è completamente nelle mani del Governo centrale e di quello regionale. Quello centrale decide il tasso annuo consentito di crescita globale, quello regionale le nascite ammesse localmente e le donne che possono averne diritto.
Spesso il destino è legato ad una lotteria. Una coppia che vuole un bambino, sempre ammesso che sia stato loro accordato il diritto di contrarre matrimonio, deve tentare la sorte affidandosi ad un sorteggio comunale. Se è fortunata potrà avere il figlio. Se va male dovrà perdere anche quello che eventualmente porta in grembo e poi attendere altri tre anni per avere un'altra occasione.
Ecco come vivono ora le donne "liberate dalla schiavitù" grazie ai Cinesi. Sotto la dominazione cinese, quelle che prima potevano essere considerate come le donne più emancipate dell'Asia, si trovano al livello più infimo della scala sociale. Di fatto, non hanno accesso all'istruzione, né a cure mediche o a qualsiasi tipo di attività professionale.
Ora si che possono considerarsi davvero schiave tra gli schiavi… e gli schiavisti sono proprio quelli che ebbero il coraggio di dire al mondo di averci liberati. Ma chi ci libererà ora da questa vera schiavitù? Chi avrà il coraggio ora di affrontare questa tanto potente quanto dispotica Cina? Quale sarà il nostro destino? Dovremo estinguerci silenziosamente? Lasciare che il genocidio si compia restando a guardare in religioso silenzio? Abbiamo però il dovere di dire che la Cina ha di fatto offerto un nuovo sbocco professionale alle donne tibetane. Ad alcune per esempio, viene fatto credere di essere state assunte nell'Esercito popolare di liberazione, queste si illudono di entrare magari come impiegate o segretarie ma scoprono ben presto di essere solo prostitute di stato il cui unico compito è far divertire i militari pervertiti.
Una di queste, Lhakpa Chungdak, ha raccontato la sua storia. Assunta nel P.L.A. ancora 14enne non riuscì a credere alle proprie orecchie. Ingenua e piena di gioia iniziò il suo lavoro che presto diventò il peggiore degli incubi: stupri, prima singoli, poi di gruppo, gravidanze indesiderate e poi aborti, tanti. E i Cinesi oltretutto la minacciavano dicendole di non lamentarsi. Questo è l'impiego che l'esercito cinese offre ad una ragazza Tibetana. Ngawang Sangdrol, Gyalten Pelsang, Ngawang Kiyzom, Rinzen Kunsang, Ngawang Tsepak, Adhi, Ngawang Jampa, Gyaltsen Choedon, Nyima Tsamchoe, Sonam Dolkar, Lhakpa Chundak, Tashi Drolma, ho portato la vostra voce al di là del Himalaya perché arrivi alle orecchie di tutti gli esseri umani che credono nell'uomo e nell'umanità. Aiutateci! L'unica cosa che vi chiediamo è aiutare un popolo innocente ignobilmente calpestato nella propria dignità. Potete contribuire semplicemente diffondendo la verità, portandola ad amici e parenti.
Aiutateci a far conoscere a tutti la vera, dolorosa storia, vissuta dal popolo tibetano. Una realtà che ora ha anche un nome: la causa tibetana...Noi crediamo nell'umanità e pensiamo che nessuno può tacere o far finta di niente di fronte ad ingiustizie così evidenti, ogni tibetano attende pazientemente e rispettosamente anche il vostro aiuto!
Aiutare un popolo a sopravvivere è un dovere di tutti, perché vivere è un diritto di tutti!
Grazie per aver ascoltato le mie parole"
Tashi delek

DEDICATO A TUTTI QUELLI CHE HANNO PERSO UNA PERSONA CARA....


Morire non è niente…. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami il tuo sorriso è la mia pace….

TIBET_ QUINDICESIMA IMMOLAZIONE DI UN MONACO TIBETANO, È IL PRIMO BUDDHA VIVENTE A DARSI FUOCO


Nyage Sonamdrugyu, di 40 anni conosciuto come Sopa, si è dato fuoco domenica mattina nella città di Gyumai, della contea di Darlang, nella provincia nord occidentale del Qinghai. Il monaco era ritenuto un Rinpoche, un buddha vivente ed era molto conosciuto perché gestiva un orfanotrofio a Darlang e aveva molti seguaci ai quali insegnava la dottrina buddista. Oltre che cospargersi di cherosene ne ha deglutito alcune sorsate prima di darsi fuoco, alcuni testimoni riportano che il corpo ad un certo punto è come esploso....Una folla di devoti, ne hanno reclamato e ottenuto il corpo, perchè lui era un «tulku», un «reincarnato», cioè un lama (un leader spirituale fra i monaci) particolarmente rispettato e quindi ritenuto reincarnazione di un altro lama o in grado di scegliere come reincarnarsi.

Tibet: India rafforza protezione Dalai Lama, minacce da 'agenti' cinesi


Nuova Delhi, 7 gen. (Adnkronos/Dpa) - Le autorita' indiane hanno rafforzato le misure di sicurezza a protezione del Dalai Lama, il leader spirituale tibetano che vive in esilio in questo Paese fin dal 1959. Secondo il quotidiano Times of India, la polizia di Nuova Delhi ha ricevuto informazioni sulla possibilita' che cinesi di origine tibetana, probabilmente agenti dei servizi di Pechino, entrino clandestinamente in India per raccogliere informazioni sul governo tibetano in esilio e colpire il Dalai Lama.

2012


Spero che il 2012 sia un anno in cui i bambini di tutto il mondo sentano le mani avvolgenti cariche d'amore e non di violenza....